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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
Budda, l’illuminato
Qualche giorno dopo mi riportano in cella, il mio compagno è in piedi appoggiato alla parete e mi fissa. Aspetta che i secondini si allontanino, poi si avvicina la mio letto. Non sono certo di cosa voglia, ma qualunque cosa essa sia non sono in grado di dargliela.
Mi si siede accanto e mi prende una mano.
“Perdonami.” La sua voce è quasi un sussurro ed io stento a crederci.
“Scusa?”
“Perdonami. Perdonami. Perdonami. “
Resto in silenzio, non so cosa dire, non so cosa fare. Siamo lui ed io seduti sul mio letto e ci teniamo per mano, trovo tutto ciò fuori luogo e ridicolo.
“Non voglio che tu mi tocchi. Mai più!”
“Non lo farò. Non devi più preoccuparti di me, ne di chiunque altro.”
Per tutta la giornata non diciamo nulla.
Di notte nessuno dei due prende sonno.
“Perché sei dentro?” Gli chiedo rompendo il ghiaccio.
“Ho ucciso un ragazzino. Gli volevo bene, è stato il troppo amore che l’ ha ucciso.” Mentre mi parla la sua voce diventa quella di un bimbo e per la prima volta lo sento fragile ed indifeso. “Era il figlio dei miei vicini, a volte gli tenevo compagnia e lo aiutavo a fare i compiti, aveva circa otto anni. Amavo veramente quel bambino, non ricordo neppure il nome ora, né il suo volto. Strano come questo possa accadere…”
“Accade invece, e più spesso di quanto immaginiamo.”
“Comunque, un pomeriggio stavo guardando qualcosa alla tv e lui mi bussa alla porta. E’ tutto bagnato, ha giocato con l’acqua e vuole che lo aiuti a cambiarsi, i suoi genitori non ci sono. - Cristo! Lasciare un ragazzino da solo – Lo prendo per mano ed andiamo a casa sua. Gli tolgo gli abiti bagnati e gli chiedo dove posso trovarne di asciutti, lui è in bagno, nudo e qualcosa all’improvviso scatta dentro di me. Ero certo, sino ad allora, che non avrei fatto mai fatto del male a quel bambino, ma quel giorno è accaduto qualcosa che ha continuato a ripetersi come un disco rotto. Poi sei arrivato tu, a ricordarmelo.”
“Hai fatto ad altri, quello che hai fatto a me, o sbaglio?”
“E’ vero, ma gli altri hanno urlato, pianto, supplicato, reagito …tu, come lui, non l’hai fatto, mi hai risparmiato l’orrore di ciò che sono dentro. In silenzio e con coraggio hai preso dentro di te tutto il marciume che mi porto addosso.”
Non so cosa pensare. Questo omone grande come una casa, mi ha preso per il suo confessore, dimenticando che sono soltanto la sua vittima.
“Cosa è accaduto dopo?” Continuo io.
“Quando mi sono accorto di quello che avevo fatto sono impazzito per il dolore, lui se ne stava lì, in un lago di sangue a guardarmi …senza dirmi nulla, nemmeno uno sguardo di rimprovero. Allora gli ho messo le mani intorno al collo ed ho stretto forte, più che potevo.”
“L’ hai …l’hai strangolato?”
“Sì.”
“Perché, non ce n’era alcun motivo …”
“Mi sono chiesto come sarebbe stata la sua vita da quel momento in avanti. Ed allora ho deciso. Per me avrei voluto la stessa cosa.”
“Ma tu non sei Dio. Non ne avevi il diritto, dovevi dargli una possibilità!”
“Chi è Dio? E’ solo una parola coniata dall’ uomo per dare sfogo alla propria ignoranza, al fatto che ha bisogno di una spiegazione per ogni cosa. Ma non c’è.”
“Non c’è cosa?”
“Una spiegazione per quello che ho fatto.”
In cuor mio so che ha ragione e non mi sento di contraddirlo, posso lasciare solo che la vita di ognuno di noi faccia il suo corso, e fare come il dio in cui credono gli uomini, guardare davanti a me mentre gli eventi si susseguono e, voltarmi dall’altra parte, quando non ne posso più.
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