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Emily Dickinson

Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque

Emily Dickinson


Leggo e rileggo gli scritti di Emily Dickinson, per me è solo Emily.
La sento così vicina che posso sentire la sua penna scrivere sulla carta i suoi pensieri catturati durante le notti insonni, chiusa nella sua stanza ad immaginare un mondo che non ha mai conosciuto.
Per le donne è sempre stata più dura, nella scala dei valori hanno sempre occupato la posizione intermedia fra gli animali e gli uomini. E per quanto abbiano raggiunto successi, ancora oggi nella maggior parte del globo la loro condizione non è cambiata.
“Per certi che non sono vissuti se non in punto di morte/una sferzata di morte è sferzata di vita – chè, sarebbero morti se fossero vissuti/ma cominciarono ad esistere quando morirono.”
Dio, Emily …chi ti ha suggerito questa verità?
Hai letto fra le pagine dell’umanità la più grande inquietudine, la paura di non essere vivi, ed il terrore di accorgersi di esserlo in punto di morte.
Quale dio può essere così crudele?
Non sei mai stata amata eppure avevi tanto da dare. Apparteniamo sempre all’epoca sbagliata, una prigione senza catene o serrature, e conosciamo la sofferenza dell’appassire senza aver la possibilità di operare una scelta.
Quale dio può aver voluto questo?
“Non era la morte, perché stavo in piedi/mentre i morti, tutti, stanno distesi/non era la notte, perché le campane/a distesa suonavano il mezzogiorno./Non era il gelo, chè sulla carne/sentivo lo scirocco strisciare/non era il fuoco chè i miei piedi di marmo/un’altare avrebbero ghiacciato./Eppure il sapore era quello/e le forme composte/che ho visto pronte alla sepoltura/mi ricordavano la mia./Era come se la mia vita fosse stata/piallata e forzata in una struttura/come se la chiave mancasse e con essa il respiro/come a mezzanotte, a volte/quando il ticchettio del mondo s’arresta/e lo spazio fissa le cose d’intorno/ed i morsi del gelo, i primi mattini d’autunno/attanagliano il respiro del suolo./Ma più di tutto era il caos, freddo, perenne/senza un appiglio, un albero di una nave/neppure un segnale di terra/a giustifica della disperazione.”
Quale forza ti ruggiva dentro, quale male ti affliggeva? Provo le la stessa sofferenza con la stessa intensità delle tue parole, con la tua stessa volontà di donna. Ogni frase è un taglio profondo nella mia anima, ed ogni volta che sanguino tu vivi, di nuovo.

Come può esserci tanta poesia in un mondo così assurdo?



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