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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
Funerale
Ho sempre trovato il cimitero un luogo di straordinaria bellezza, ma oggi, oggi è così triste e mi trova spiazzato. Il piccolo corteo percorre il breve tratto di strada che porta alla fossa, una buca nella terra fresca ed umida profonda due metri, custode d’ora in avanti delle spoglie mortali di Faith.
Jay mi tiene sotto braccio e mi sta accanto come una sposa pronto ad afferrare il dolore che mi affligge. La sua sensibilità è impagabile, consigliere meraviglioso, amico leale e passionale. Porta un piccolo fiore che stringe fra le dita della sua mano sinistra, guarda dritto davanti a sé, silenzioso e discreto come è nella sua natura.
Il suo è un fascino d’altri tempi.
La bara, semplice, senza crocifisso, galleggia sull’erba, il tempo è splendido, il sole scalda in fretta nonostante la primavera sia ancora lontana.
Ci sono tutti quelli che la conoscevano, tranne i suoi genitori. I vecchi amici e quelli nuovi. Dart, Nico, Huna, Joe e tutti gli altri del giro, alcuni che non conosco o che non ricordo di aver mai conosciuto. Nessuna funzione religiosa, né benedizioni di alcun tipo, proprio come voleva Faith, solo il ricordo perenne nei cuori di chi l’ ha conosciuta.
Tutti vestiti in nero ed in rigoroso silenzio, osserviamo la bara venire inghiottita dalla terra, ed assimiliamo la morte come un medicinale amaro convinti della sua necessità, sperando in una seconda possibilità. Faith ed io non abbiamo mai creduto in questo, ma abbiamo capito troppo tardi che stavamo buttando via la nostra esistenza.
Stranamente la gioia di vivere non deriva da ciò in cui crediamo, ma da ciò in cui non crediamo. Cominciamo a considerare prezioso ciò che abbiamo piuttosto di ciò che acquisiremo, nel momento stesso in cui capiamo che la perdita è definitiva.
So quanto mi mancherai Faith.
Tu vivrai con me, ti porterò ovunque andrò, e tutto ciò che proverò di buono lo dividerò con te. E tutta la vita che ti è mancata la respirerò per te, e non piangerò se tu non lo vorrai.
Mentre la cassa scivola via, leggo con voce roca e tremolante alcuni versi di Emily Dickinson.
“ Sentii un funerale, nel cervello/ed i passi pesanti di chi mi piangeva/avanti ed indietro, lenti, finchè/mi parve, il senso prendesse ad affiorare/E quando tutti furono seduti/il rito come un suono di un tamburo /un ansito continuo finché, mi parve/che la mente mi si intorpidisse/E poi udii sollevare la cassa/e scricchiolarmi nell’anima/con gli stessi stivali di piombo, di nuovo/e poi lo spazio cominciò a suonare a morto/Come se i cieli fossero una campana/e l’essere, un orecchio/ed io ed il silenzio, una strana razza/naufraga, solitaria, qi/E poi un asse nel cervello si spezzò/e caddi giù, e giù – colpendo/un mondo, ad ogni tuffo/e finii di capire, allora.”
Alcune nuvole attraversano il cielo dirette chissà dove, la terra assorbe l’intensità di questo giorno, custodendone il ricordo per sempre.
E’ il momento di dirti addio Faith.
Jay si allontana, io resto ancora un momento, poi lo raggiungo.
Sento una voce chiamarmi, è Huna. Mi si avvicina, si sfila gli occhiali scuri e mi passa una mano sulla guancia. Il suo tocco mi provoca un brivido di freddo.
“Come stai Sion?”
“Sopravvivo.” Non riesco ad aggiungere altro.
“Volevo dirti che ti trovo benissimo.”
“Anche tu sei bellissima, come sempre.”
“Gli altri ed io ci troviamo a casa di Dart questa sera, per ricordare un po’ i vecchi tempi. Perché non vieni anche tu? Potremmo recuperare il tempo perduto.”
“I vecchi tempi. Ho fatto così fatica a lasciarmeli alle spalle, ed ho pagato un prezzo così alto per scrollarmeli di dosso. No, grazie. Non abbiamo più niente da dividere insieme.”
“Tu appartieni al nostro gruppo da sempre, come puoi dimenticarlo?”
Non ho più voglia di parlare, non me la sento più starle così vicino. Stringo Jay a me allontanandomi. E non mi volto indietro, non voglio tramutarmi in una statua di sale. Sono una persona nuova, ciò che sono stato è andato sepolto con Faith.
E, d’altronde, devi appartenere a qualcosa per capire di non farne parte.
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