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Il mio compagno di cella

Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque

Il mio compagno di cella


Quello che sta con me è un tipo singolare. Da quando sono qui, un paio di giorni, non mi ha ancora rivolto la parola. Lo sorprendo ad osservarmi, e non mi piace. E’ enorme, fra i centocinquanta ed i duecento chili.
Hanno dovuto fargli la tenuta della prigione su misura, con del tessuto molto resistente. Credo che abbia una forza spaventosa. Eppure è così calmo, la sua docilità mi spaventa.
So che nulla è come appare.
Se ne sta lì a leggere lo stesso libro (mi dicono i secondini), “Colazione da Tiffany” di Truman Capote.
Anch’io ho preso un paio di libri dalla biblioteca del carcere.
“Vuoi star zitta per favore?” di Raymond Carver, ed un volumetto di poesie di Emily Dickinson.
La sirena ci avverte che è l’ora di pranzo.
Ci rechiamo tutti nel refettorio.
Pollo arrosto e purea di patate, acqua e una mela.
Mangio cercando di scambiare qualche parola con chi ho accanto, ma nessuno ha voglia di comunicare. Le ascelle mi puzzano, ed anche tutto il resto, ma è difficile pulirsi in questo luogo. Strano. Non era mai stato così importante per me, prima.
Fuori sono calmo, ma sento accumularsi l’agitazione dentro.
Devo resistere.
Restare calmo.
Devo potercela fare.




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