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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
La ragazza mi riconosce
Sono seduto in bar a conversare con un collega, poi lui si alza e se ne va. Io resto a finire il mio caffè. Do un’occhiata al giornale e agli annunci di lavoro. Voglio cercarmi qualcos’altro. Non ce la faccio più a raccattare cadaveri.
Mi è tornata la voglia di dipingere, sto mettendo via dei soldi per comperarmi l’occorrente, ma non è facile. E’ tutto caro, e poi mando qualcosa ogni tanto a Faith. Sta bene, presto tornerà a casa. Ed io ne sono felice.
Do l’ultima sorsata alla tazzina di caffè e mi avvio alla cassa per pagare. Sento bisbigliare, poi la voce di una ragazza che dice: “E’ lui, papà. E’ Lui! E’ uno di quei due …”
Io non ci faccio caso, perché non ho afferrato che stanno parlando di me, così tiro fuori i soldi, quando ad un tratto vengo atterrato da due uomini. Sono il padre ed il fratello della ragazza. Mi danno un cazzotto sulla bocca, prendo a sanguinare, poi il più giovane mi riempie di calci nei coglioni.
Cazzo! Fa un male cane, ed io ancora non capisco.
Il padre di lei mi prende per i capelli e mi sputa in faccia, poi mi dice: “Pezzo di bastardo! Finalmente ti ho beccato!”
Mi ritrovo in centrale, con i vestiti strappati ed un occhio gonfio. Sento un dolore lancinante al basso ventre che va e viene. Alle mani ho le manette, ed una luce mi batte sull’occhio buono.
“Dimmi il tuo nome.” C’è una donna poliziotto che mi fa delle domande.
“E’ scritto sui documenti. “ Faccio io.
“Voglio che me lo dica tu.”
“Fottiti.” E’ tutto ciò che mi esce fuori, ed è un errore. Lo so.
Lei mi si avvicina. Mi sorride mentre mi prende le palle e me le strizza.
“Cazzo, ma sei scema! ‘Fanculo!” Sono tornato quello di sempre.
“Qualche tempo fa, tu ed un tuo amico avete violentato una giovane di nome Vania. Te lo ricordi questo?”
“Non so di cosa parli.” Dico io, cercando di ricordare. Poi tutto mi torna in mente, e capisco che passerò un brutto guaio.
“Dov’è il tuo amico?”
E’ inutile mentire ormai, sanno tutto e non ho scuse. E poi sono stufo di scappare, pagherò. Ma non trascinerò Dart con me. Non gli devo niente. Ma sono cambiato, e la vecchia vita me la sono lasciata alle spalle.
“Non lo so. Non l’ho più visto. Era uno sballato che ho incontrato in qualche occasione, non so nemmeno come si chiami.”
“Se vuoi pagare per tutti e due accomodati, avrai tempo per ripensarci.” E mentre lo dice suona come una minaccia.
Posso fare una sola telefonata. Chiamo Faith.
“Mi hanno beccato per una cazzata che ho fatto tempo fa. Occupati tu delle mie cose, e quando ti rimetti usa il mio appartamento. Non voglio lasciarlo. E’ l’unica cosa che mi resta. Contatta mio fratello, fatti aiutare coi soldi, digli che gli restituirò tutto quando esco.”
MI trattengono per un paio di giorni in una cella della centrale, poi mi trasferiscono in un carcere in attesa del processo. Le mie scorribande da ragazzino sono finite, speravo di esserne uscito indenne, ma mi sbagliavo. C’è un prezzo per ogni cosa, solo non sai quando lo pagherai e quanto sarà alto.
Sono stato licenziato, non ho un soldo, la liquidazione è andata come risarcimento danni alla famiglia della ragazza. Mi danno un anno. Poco per quello che ho commesso, in qualche modo mi sento graziato.
Anche chiuso in una cella posso ricominciare. Forse è meglio così, cancellerò il debito e laverò le mie colpe.
Un piccolo prezzo.
Un piccolo prezzo.
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