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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
Metropolitana
La Suzuki ha qualche problema alla frizione, è dal meccanico, così sono costretto a prendere la metro.
La linea è sempre trafficata nell’ora del mio rientro a casa. Salgo, nonostante l’impulso sia quello di farmela a piedi. Siamo tutti stretti e pigiati come sardine, qualcuno puzza anche allo stesso modo. C’è una donna davanti a me, forse ha una decina d’anni più del sottoscritto, non saprei dire. Di certo so che si sta strusciando sulla bestia che non fatica a rispondere all’invito. Nessuno mi vede mentre le infilo la mano sotto alla gonna peraltro corta. Non indossa niente e le sue chiappe sono sode e voluminose. Quando faccio per infilarle un dito nel buco del culo, lei mi facilita l’operazione. Nel frattempo le porte si aprono e lei si appresta a scendere, io indugio per un attimo poi anch’io scendo. La seguo a distanza in una zona centrale della città, il caseggiato è signorile, mi lascia il portone accostato. Salgo le scale, la porta di casa aperta. Entro.
E’ in cucina e mi dà le spalle, sta preparando un caffè, io mi levo la giacca e mi metto a sedere. Nessuno di noi due dice una parola. Beviamo il caffè, poi da un mobiletto, lei tira fuori un barattolo di cioccolata fluida e tira su la gonna.
La sua vagina è depilata. Si spalma la cioccolata dappertutto, insistendo nella fessura, poi posa il barattolo e si avvicina a me.
Io resto seduto.
Le mani di lei reggono la gonna mentre la mia lingua lecca senza smettere andando su e giù sino a consumare tutta la cioccolata. Mi alzo e lei mi invita in camera. La stanza è buia, lei mi spinge sul letto e comincia a levarmi le scarpe, poi le calze. E’ sopra di me, mi slaccia la cintura e tira giù la lampo dei jeans, me li sfila, poi passa ai boxer e me li strappa con una forza che francamente non le facevo, e questo mi sorprende un po’.
Al buio vedo poco la sua faccia, ma sento le sue mani sul pitone che è puro acciaio rovente. La sua bocca va su e giù mentre una delle sue mani tiene alla base il cazzo stringendolo evitando così di farmi venire.
Le mie mani sono sulle sue tette che cerca di spingermi in bocca, succhio i capezzoli, e li mordo, lei accenna un gridolino. Credo sia venuto il momento di usare la forza e di far vedere chi conduce il gioco, così la metto supina e comincio a scoparla da dietro, sino a venire.
Tutte e due siamo sudati, fa un po’ freddo e ci sistemiamo sotto alle lenzuola. Poi mi addormento. Non so quanto tempo sia passato, ma quando mi sveglio lei ha il mio uccello in bocca ed io la lascio fare, ho ancora sonno, e non capisco il perché.
Mi sveglio ancora e ho le mani legate dietro la schiena. Resto sorpreso un attimo, poi mi accorgo che lei non è sola, c’è qualcun altro con lei, una donna, un’amica forse.
Mi stanno massaggiando l’uccello per poi infilarselo in bocca. Mi fanno venire. Una delle due si alza e va a mangiare qualcosa, poi torna e ricomincia a succhiarmi il boa. Sono stupefatto! Il muscolo che ho tra le gambe fatica a drizzarsi, ma la padrona di casa mi mette un anello che lo stringe alla base e questo si tira di nuovo su. Mi scopano per un bel pezzo, poi ricominciano a succhiarmelo. Vengo, un paio di volte e loro daccapo. Comincia a farmi male, ma sono legato bene. Non posso far altro che subire. Nessuno sino ad ora ha mai detto una parola, soltanto lamenti e grida di piacere. Ad un certo punto mi riaddormento e quando mi sveglio sono di nuovo libero. Mi alzo, mi gira un po’ la testa. Mi rivesto, in cucina la luce è accesa, lei non c’è, un biglietto sul tavolo dice: “Chiudi bene la porta quando esci, per favore.”
Sabato.
Prima di uscire chiamo Faith in comunità, voglio sentire come stà. La sua voce è frizzante, e a me pare che questa volta potrebbe farcela.
“Quanto tempo pensi di rimanere là dentro?”
“Qualche mese ancora, devo essere sicura di non ricaderci, sto ancora troppo male per venire via. Poi, comunque non saprei dove andare. Dai miei non ci torno.”
“Puoi restare da me, sino a quando non trovi qualcosa.”
“Grazie. Sapevo di poter contare ancora su di te.”
“Spero che tu possa avere una vita normale.” E mentre lo dico mi rendo conto di quanto lei non lo desideri, e di quanto anch’io la fugga.
“Quando vieni a trovarmi?”
“Non lo so. Il lavoro mi impegna molto ultimamente. Poi stasera esco con Dart.”
“Dart? Ma è stato qui quest’oggi, è andato al mare …con Huna.”
“Huna…?” Di nuovo quel senso di panico misto a rabbia.
“Scusa, credevo lo sapessi. Mi spiace.”
Resto in silenzio per qualche secondo, poi le chiedo: “Da quanto stanno insieme?”
“Da un po’. Avrei dovuto dirtelo prima, lo so. Ma sapevo che ne saresti stato ferito, e mio fratello è l’unico che senti vicino.”
“Sbagli Faith, ci sei ancora tu.”
La sento singhiozzare. “Mi manchi.” Sono le sue ultime parole prima di riattaccare. Il passato è definitivamente andato.
Siamo cresciuti.
In qualche modo siamo cambiati.
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