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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
Sono fuori
Sono trascorsi poco più di sette mesi, il mio avvocato è riuscito a farmi ridurre la pena per buona condotta, è di due giorni fa la notizia che uscirò oggi. E’ una sorpresa che mi lascia un momento smarrito, perché avevo cominciato, nonostante tutto, a considerare “casa” la mia cella e “famiglia” il mio compagno, che si è dimostrato di grande umanità. Così vivo questo momento con un senso di perdita, e mentre raccolgo le mie poche cose, un misto di euforia e tristezza si fanno largo fra i miei pensieri ultimi che vanno alla libertà, a Faith, e alla mia seconda opportunità di vita.
Questi pochi mesi, vissuti con l’intensità di chi resta fermo nello stesso punto per un’infinità di secondi, sono stati così importanti da determinare un cambiamento, forse già in atto, ma privo dell’esperienza di chi è prigioniero di se stesso. Ciò che Budda mi ha tolto, me lo ha restituito con il più grande degli insegnamenti: l’affetto sincero, fatto di attimi e di piccole cose, che rimarranno nel tempo.
Non ho dovuto percorrere sentieri stretti ed attraversare terre sconosciute o meditare in templi solitari, la mia illuminazione l’ ho trovata qui, ho avuto il mio Buddha davanti a me per tutto il tempo, ed ho dovuto odiarlo per poi imparare ad amarlo, forse è vero che gli eventi non capitano a caso, gli orientali sostengono che c’è una ragione per ogni cosa che accade, ed io non so cosa pensare a riguardo.
Quando viene il momento di andare, Budda mi abbraccia forte e sento la sua energia trasportarmi lontano, è il suo modo per augurarmi un po’ di fortuna, è tutto quello che mi ci vuole. So che non lo rivedrò più, ma mi piace pensare che ho un amico vero in luogo non troppo lontano su cui contare.
Gli lascio in eredità il libro di Emily D., non l’ ho mai restituito alla biblioteca, ho messo un segno a pagina 61 ed ho sottolineato le prime righe: “Buon giorno Mezzanotte, torno a casa/E’ stato il giorno a stancarsi di me/come avrei potuto io di lui?”
I cancelli si richiudono dietro di me, nello stesso modo in cui finisce un’epoca.
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