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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
Supermarket
Sono sicuro di aver preso la lista della spesa, ma come al solito l’ ho lasciata da qualche parte, e così devo cercare di ricordare e mentre mi sforzo le meningi butto nel carrello un po’ di tutto: biscotti, pizze surgelate, bistecche di soia ed involtini vietnamiti, succo d’arancia, formaggi dietetici, yogurth con lo 0.1% di grassi, detersivo per i piatti, carta igienica, patate liofilizzate, verdure confezionate e frutta esotica, e cos’altro? Birra! Un paio di confezioni Corona e qualche Desperados. Lentamente mi dirigo verso la cassa, davanti a me una famiglia, o meglio, una tribù di tracagnotti del sud brutti che la metà basterebbe a spaventare il diavolo la notte di Halloween, ma brutti veramente. La madre uno schifo, i figli maschi orridi, e la femmina un vero cesso che nemmeno Dracula, per quanto affamato, la scoperebbe per succhiarle il sangue. Cazzo! Ma perché certa gente mette al mondo dei figli, tutto sommato Hitler non aveva torto a voler creare una razza di superuomini, certo poi ha esagerato e non gli stava più bene nessuno, e poi neanche lui era tanto bello, ma il concetto non è del tutto una minchiata.
Comunque oltre al fatto che sono dei mostri, e il dottor Frankenstein non me ne voglia se dico che non ha creato nulla che già non esistesse (semmai ha migliorato la razza), quando aprono bocca non si capisce una sega. Cazzo, parlano uno slang stretto che la cassiera fatica a riconoscere la lingua e li scambia per Albanesi, ma quelli sono più alti ed hanno le mascelle triangolari. Però in quanto a puzza si equivalgono, solo gli zingari sono superiori, perché hanno quello strato sulla pelle color catrame che li rende insensibili al freddo e all’intelligenza.
Mentre faccio queste considerazioni sullo strazio di umanità che ho dinanzi, uno dei sette nani si lancia con un carrello vuoto contro un altro dei fratelli, urlano e fanno un casino tale da farmi venire mal di testa, poi il più piccolo si lancia in una corsa e mentre mi passa davanti gli faccio trappetta. Lo stordito casca in avanti come una pera marcia e va a fracassarsi contro uno scaffale in metallo, alcune scatole di cibo per cani da un chilo gli cascano sulla testa. Il gagno si mette a piangere. Ha un taglio profondo sulla fronte e la bocca sporca di sangue. Mi fingo interessato all’accaduto e mi chino per aiutarlo e mentre nessuno mi vede gli dò una sberla, il bambino piange ancora più forte, poi arriva la madre incazzata come una bestia e gli dà un’altra sberla, faccio per tirarlo su ed il piccolo bastardo mi spintona, così la madre gli dà una pedata per non essermi stato grato dell’aiuto. Con indifferenza dico: “Lasci perdere, sa come sono i ragazzini.” E lei: “Questo è bastardo come suo padre! A calci in culo lo prendo!”
A vederla da vicino, mi fa anche pena, avrà si e no fra i trentacinque e i quarant’anni, non credo di più. Alta poco più del metro e cinquanta, fuori di almeno trenta chili, con addosso un cappotto grigio sporco di grasso ed una sciarpetta rossa che porta come un foulard, ciabatte e calze di lana a strisce verdi e bianche che le arrivano al polpaccio. Non ho il coraggio di pensare a come può essere suo marito. L’umanità non è tutta così per fortuna, ma una buona parte sì. Adesso io non voglio giudicare nessuno, ma come cazzo fai a vivere decentemente se sei così? Dov’è la qualità della vita? E come si fa a credere alla balla colossale che un dio ha creato gli esseri umani perfetti?
Finalmente arriva il mio turno, pago e strizzo l’occhiolino alla commessa che mi ricambia con un sorrisetto del tipo “Mi sono già sorbita la famiglia scassacazzi, vedi di non rompere anche tu.” Recepisco il messaggio.
Mentre faccio ritorno guardo il sole tramontare e mi chiedo se anche questo mondo si trova alla fine della corsa.
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