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Scritti pagani > Diario di un coglione qualunque
Un altro sogno del cazzo
Mi sorprendo a sorseggiare una bibita fredda sulla spiaggia, la Jeep è parcheggiata accanto alla baracca e quella che credo sia la mia donna è fuori a cavallo. Ma come cazzo sono vestito? Camicia rossa a quadrettoni e pantaloni marroni larghi al fondo. Assurdo. Finisco la bibita che non sa di niente e getto lontano la bottiglia. Entro nella baracca, mi tolgo i vestiti di dosso, mi faccio una doccia e mi rivesto con jeans e t-shirt nera.
Esco sul retro. Il sentiero attraversa i campi di grano, il cielo è di un blu intenso, il vento piega le spighe ed io mi sento bene.
Alcune tigri, quattro per l'esattezza, comparse all'improvviso si avvicinano a me e cominciano a strusciarsi e a fare le fusa. E' incredibile! Mai provato nulla di simile, è bellissimo. Accarezzo i lori corpi possenti e ne ammiro i colori, poi mi invitano a correre seguendo i loro movimenti e non sono stanco e perdo la mia umanità diventando anch'io un animale.
Il vento cessa, l'incantesimo si rompe e per un momento non capisco cosa stia accadendo, poi vedo mia madre venirmi incontro e quando vede le tigri comincia ad urlare come una gallina a cui stanno per tirare il collo.
La solita scassacazzi.
Le tigri si innervosiscono ed il loro ruggito mi gela, vado verso mia madre e le dico di rientrare in casa. Comincio a correre mentre sento il fiato delle belve sul collo. Chiudo la fragile porta della baracca dietro di me, ma uno degli animali la sfonda, si avvicina a mia madre. Sento piangere, c'è una culla con un infante che frigna, sembra apparsa dal nulla. Ora tutte e quattro le tigri sono in casa e si dirigono verso la culla, cominciano a leccare l'infante tranquillizzandolo.
Mia madre allibita ricomincia ad urlare.
Mi sveglio.
Sono le tre del mattino, sono sudato e non credo di riprendere sonno. Accendo una luce e prendo il cellulare, chiamo mia madre e la mando affanculo.
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